Sono Filippo Basilico, psicologo. Ricevo online e in studio.
Insieme possiamo dare un senso a quello che stai vivendo.
Chiedere aiuto non è un segno di debolezza: è il primo passo per stare meglio. Il primo colloquio serve a conoscerci, capire di cosa hai bisogno e decidere insieme se e come proseguire, senza alcun impegno.
Quando ci si ritrova a vivere sempre lo stesso tipo di legame o di conflitto, spesso c'è una storia più antica che chiede ascolto.
I momenti di passaggio possono disorientare: Attraversarli accompagnati aiuta a ritrovare una direzione.
Il modo in cui ci guardiamo nasce dalle relazioni che ci hanno formato. Si può imparare a guardarsi con occhi nuovi.
A volte ci si accorge di finire sempre nello stesso punto. Partner diversi, amicizie diverse, eppure il copione è quello: lo stesso tipo di delusione, la stessa sensazione di non essere visti, la stessa rabbia o paura che scatta per un gesto piccolo. Ci si impegna a fare diversamente, e si arriva lo stesso al finale che si temeva.
Non è sfortuna, e non è un difetto. Fin da piccoli impariamo come funzionano i legami da come ci hanno risposto le prime persone importanti, e ci costruiamo un modo di stare con gli altri che allora ci proteggeva. Da adulti continuiamo a usarlo, anche quando ci fa soffrire, perché è l’unico che conosciamo, e così, senza accorgercene, ricreiamo proprio ciò che vorremmo evitare.
In terapia questo schema, prima ancora di essere capito, viene vissuto: la nostra relazione diventa il luogo dove quei meccanismi si vedono mentre accadono, in uno spazio in cui stavolta non fanno male. Pian piano si possono dare un nome alle emozioni che prima parlavano solo attraverso il corpo o gli scatti, allentare le difese diventate troppo rigide, e scoprire che si può stare in un legame senza dover sacrificare pezzi di sé per tenerlo.
Certi passaggi destabilizzano anche quando li abbiamo voluti: un trasloco, una separazione, un figlio, un lavoro nuovo, la fine di una fase. Da fuori sembra solo organizzazione pratica, ma dentro succede altro, l’equilibrio che ti eri costruito vacilla, e ti ritrovi più fragile e disorientato di quanto ti aspettavi, magari proprio mentre tutti si congratulano con te.
Non è che non sei all’altezza. Ogni cambiamento, in fondo, è anche un piccolo lutto: per stare nel nuovo bisogna lasciare andare una versione di sé che si conosceva bene. E quando le fondamenta si scuotono, spesso si riaffacciano emozioni antiche, una vecchia paura di restare soli, il bisogno di tenere tutto sotto controllo, che sembrano non c’entrare col presente, ma stanno parlando proprio adesso. Si oscilla così tra la voglia di andare avanti e il richiamo di ciò che era familiare e sicuro.
In terapia non si tratta di decidere tutto in fretta. È avere uno spazio dove fermarsi e guardare con calma cosa si sta muovendo, con qualcuno accanto che aiuta a tenere insieme i pezzi mentre si ritrova la direzione. Pian piano il disorientamento prende una forma raccontabile, si riconosce quando a guidarci è un automatismo vecchio invece del momento presente, e il passaggio difficile può diventare l’occasione per conoscersi un po’ meglio.
C’è chi convive con una voce interna che non perdona niente: ogni errore diventa la prova di non valere, e ci si vergogna come se ci fosse qualcosa di sbagliato da nascondere agli altri. L’umore dipende da fuori, un complimento ti tira su, un silenzio o una risposta che tarda ti fanno crollare. E spesso si fa fatica persino a sentire i propri desideri come legittimi: meglio accontentare, mettersi da parte, pur di non rischiare il legame. Si vive col freno a mano tirato, faticando il doppio per sentirsi appena adeguati.
Questo modo di guardarsi non nasce da soli. Da piccoli abbiamo bisogno di vederci riflessi in occhi che ci restituiscano valore; quando chi ci cresceva era troppo preso dalle proprie difficoltà, o non riusciva a sintonizzarsi con noi, impariamo che i nostri bisogni contano poco, a volte persino a occuparci noi del suo umore, da bambini. Quello sguardo distante o severo, col tempo, lo facciamo nostro: diventa il modo automatico con cui ci guardiamo oggi.
In terapia accade qualcosa di diverso: si fa esperienza di essere visti e ascoltati senza essere giudicati, e da lì quella ferita comincia a ricucirsi. La critica feroce può ammorbidirsi in qualcosa di più gentile, quando si capisce che un tempo serviva a proteggersi. Si scopre di poter essere fragili senza essere lasciati, e questo toglie peso alla vergogna. Pian piano si costruisce una base più solida, che non va in pezzi a ogni delusione, e si torna a fidarsi delle proprie percezioni e del proprio valore.